L'intervista
"Noi, ebrei, e quelle tre forme di antisemitismo"

Davanti agli sfregi quotidiani, fare uno sforzo di buona memoria è necessario ma forse non basta. Perlomeno non è bastato in questi anni, in cui «ogni volta che si è verificata una crisi in Medioriente, noi ebrei abbiamo assistito a un pericoloso salto di qualità in termini di intimidazioni e minacce nei confronti delle nostre comunità». Sergio Della Pergola risponde da Gerusalemme, dove gli allarmi quotidiani continuano. Per ben due volte, nel 2012 e nel 2018, ha partecipato alle indagini sulla percezione dell’antisemitismo e della discriminazione tra gli ebrei nei Paesi dell’Unione europea, come membro del Comitato Scientifico della Fra. Demografo, ha scritto per i tipi del Mulino “Israele e Palestina: la forza dei numeri. Il conflitto mediorientale fra demografia e politica”, in cui guarda in faccia, cifre alla mano, i difficili equilibri in gioco dentro una convivenza che oggi appare quasi impossibile. «Quando parliamo di antisemitismo - dice adesso Della Pergola - dobbiamo considerare tre diversi livelli».
Quali?
Il primo livello riguarda lo sterminio: si promette di uccidere tutti gli ebrei, senza distinzioni. Ci hanno provato durante la Seconda guerra mondiale, ne hanno uccisi un terzo. Vengono i brividi solo a pensare che sia l’Iran che Hamas hanno nella loro missione costituiva quella di distruggere uno Stato come Israele.
Il secondo livello, quando si parla di antisemitismo, riguarda l’obiettivo di discriminare, eliminare, emarginare gli ebrei dalla vita pubblica, ovunque essi si trovino, fino quasi a ghettizzarli. È un piano che adesso non funziona più così tanto, visto che la maggioranza degli ebrei vive in Stati democratici dove esistono per fortuna forti garanzie democratiche.
E il terzo livello di antisemitismo?
Ha come fine quello di peggiorare la qualità della vita degli ebrei, di renderli tristi e angosciati: questo purtroppo accade già, tutti i giorni.
Se guarda all’Europa e all’Italia intollerante di queste settimane post-7 ottobre, qual è la sua reazione?
Gli ebrei nella maggior parte dei Paesi sono una minuscola minoranza. L’Italia, quanto ad azioni antisemite, è al centro del gruppo: certamente resiste una confusione di base tra Israele e gli ebrei italiani. Fa parte di quella “oscurità semantica” che ha attraversato la nostra storia. La verità è che oggi nel mondo, quasi tutti gli ebrei della diaspora hanno almeno un parente che vive in Israele. Per questo, esiste questo legame quasi viscerale tra di noi. Non a caso gli ebrei italiani vivono queste settimane con grande preoccupazione e si identificano con Israele e con il suo diritto all’esistenza e alla sicurezza.
È d’accordo con chi sostiene che la responsabilità di un clima sociale sempre più intollerante verso le minoranze, è anche del sistema informativo?
Certamente. In alcune trasmissioni televisive ho sentito mettere in dubbio i massacri compiuti da Hamas nei kibbutz, dove sono stati decapitati dei bambini. Com’è possibile che persone influenti mettano in dubbio tutto questo? Non c’è più neutralità giornalistica. La devastazione delle pietre d’inciampo va raccontata ad esempio per quella che è: un atto vergognoso.
Il Papa ha invitato, a proposito di antisemitismo, a non abituarsi all’orrore.
Sono state parole importanti. Ciò che accaduto con la Shoah non è stato interiorizzato, è stato invece velocemente smaltito come fosse una scoria. Noi, ebrei, veniamo trattati ancora come subumani. Non si è imparato nulla dalla storia e si continuano a fare e vedere cose atroci. Il genere umano non migliora, il discorso sui valori è morto. E nel vuoto che si crea viene fuori la barbarie.
Quali?
Il primo livello riguarda lo sterminio: si promette di uccidere tutti gli ebrei, senza distinzioni. Ci hanno provato durante la Seconda guerra mondiale, ne hanno uccisi un terzo. Vengono i brividi solo a pensare che sia l’Iran che Hamas hanno nella loro missione costituiva quella di distruggere uno Stato come Israele.
Il secondo livello, quando si parla di antisemitismo, riguarda l’obiettivo di discriminare, eliminare, emarginare gli ebrei dalla vita pubblica, ovunque essi si trovino, fino quasi a ghettizzarli. È un piano che adesso non funziona più così tanto, visto che la maggioranza degli ebrei vive in Stati democratici dove esistono per fortuna forti garanzie democratiche.
E il terzo livello di antisemitismo?
Ha come fine quello di peggiorare la qualità della vita degli ebrei, di renderli tristi e angosciati: questo purtroppo accade già, tutti i giorni.
Se guarda all’Europa e all’Italia intollerante di queste settimane post-7 ottobre, qual è la sua reazione?
Gli ebrei nella maggior parte dei Paesi sono una minuscola minoranza. L’Italia, quanto ad azioni antisemite, è al centro del gruppo: certamente resiste una confusione di base tra Israele e gli ebrei italiani. Fa parte di quella “oscurità semantica” che ha attraversato la nostra storia. La verità è che oggi nel mondo, quasi tutti gli ebrei della diaspora hanno almeno un parente che vive in Israele. Per questo, esiste questo legame quasi viscerale tra di noi. Non a caso gli ebrei italiani vivono queste settimane con grande preoccupazione e si identificano con Israele e con il suo diritto all’esistenza e alla sicurezza.
È d’accordo con chi sostiene che la responsabilità di un clima sociale sempre più intollerante verso le minoranze, è anche del sistema informativo?
Certamente. In alcune trasmissioni televisive ho sentito mettere in dubbio i massacri compiuti da Hamas nei kibbutz, dove sono stati decapitati dei bambini. Com’è possibile che persone influenti mettano in dubbio tutto questo? Non c’è più neutralità giornalistica. La devastazione delle pietre d’inciampo va raccontata ad esempio per quella che è: un atto vergognoso.
Il Papa ha invitato, a proposito di antisemitismo, a non abituarsi all’orrore.
Sono state parole importanti. Ciò che accaduto con la Shoah non è stato interiorizzato, è stato invece velocemente smaltito come fosse una scoria. Noi, ebrei, veniamo trattati ancora come subumani. Non si è imparato nulla dalla storia e si continuano a fare e vedere cose atroci. Il genere umano non migliora, il discorso sui valori è morto. E nel vuoto che si crea viene fuori la barbarie.