Dal Kosovo o dal Gambia in cerca di un’identità

Parlando di giovani, i minori stranieri non accompagnati rappresentano certamente un discorso a sé. Quelli presenti sul nostro territorio provengono per lo più dall’Egitto, ma molti giungono anche dal Kosovo, dal Bangladesh, dalla Tunisia, dal Burkina Faso, dal Gambia, dall’Albania e dal Mali.
Sono giunti qui, seguendo le rotte migratorie, come tutti. Alcuni dal Centro dell’Africa o dal Bangladesh han fatto tappa in Libia per poi attraversare sui barconi il Mediterraneo. Molti, provenienti da Paesi africani come l’Egitto, hanno invece percorso i Balcani a piedi.
Tutte nazionalità presenti, queste, nella piccola comunità operante a Cortetano, la “Fattoria della Carità”, che si prende cura proprio di loro. Sono una dozzina in tutto, la capienza massima. Hanno tra i 16 ed i 18 anni. In gran parte non sono orfani, ma le loro famiglie sono rimaste nei Paesi d’origine. Da lì, in qualche modo, riescono comunque ad essere per loro una presenza. Attorno a questi giovani, orbitano altri sei ragazzi, di età compresa tra i 18 ed i 19 anni. Vivono in due piccoli appartamenti, accanto alla struttura.
«Cerchiamo di mantenere tra loro la maggiore eterogeneità possibile quanto alle nazionalità, perché questo li forza ad un confronto tra pari, che rappresenta un passaggio fondamentale alla loro età, inoltre evita che si formino gruppi forti», spiega Marta Prarolo, educatrice e pedagogista in forze presso la comunità.
Sono giunti qui, seguendo le rotte migratorie, come tutti. Alcuni dal Centro dell’Africa o dal Bangladesh han fatto tappa in Libia per poi attraversare sui barconi il Mediterraneo. Molti, provenienti da Paesi africani come l’Egitto, hanno invece percorso i Balcani a piedi.
Tutte nazionalità presenti, queste, nella piccola comunità operante a Cortetano, la “Fattoria della Carità”, che si prende cura proprio di loro. Sono una dozzina in tutto, la capienza massima. Hanno tra i 16 ed i 18 anni. In gran parte non sono orfani, ma le loro famiglie sono rimaste nei Paesi d’origine. Da lì, in qualche modo, riescono comunque ad essere per loro una presenza. Attorno a questi giovani, orbitano altri sei ragazzi, di età compresa tra i 18 ed i 19 anni. Vivono in due piccoli appartamenti, accanto alla struttura.
«Cerchiamo di mantenere tra loro la maggiore eterogeneità possibile quanto alle nazionalità, perché questo li forza ad un confronto tra pari, che rappresenta un passaggio fondamentale alla loro età, inoltre evita che si formino gruppi forti», spiega Marta Prarolo, educatrice e pedagogista in forze presso la comunità.
Quali le esigenze educative nei confronti di giovani dalla storia tanto particolare?
«L’impianto pedagogico sottopone ai ragazzi la domanda: “Chi sono? Da dove vengo? Dove sono arrivato?”. Il percorso educativo cerca di orientarli invece verso un altro interrogativo: “Chi voglio diventare?”. Il tutto attraverso un processo di scelta individuale, che consente di individuare i valori di riferimento di ciascuno. Si tratta di una pedagogia della quotidianità, data dal vivere tutti i giorni un contesto comunitario d’impronta familiare. Le regole sono moltissime, però la modalità non è quella punitiva ed il modello educativo dell’équipe è molto equilibrato. Il nostro è un contesto autorevole, però non rigido, è molto materno, il luogo è accogliente, vi si presta grande attenzione al soggetto, alle emozioni e le questioni si risolvono dialogando».
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«L’impianto pedagogico sottopone ai ragazzi la domanda: “Chi sono? Da dove vengo? Dove sono arrivato?”. Il percorso educativo cerca di orientarli invece verso un altro interrogativo: “Chi voglio diventare?”. Il tutto attraverso un processo di scelta individuale, che consente di individuare i valori di riferimento di ciascuno. Si tratta di una pedagogia della quotidianità, data dal vivere tutti i giorni un contesto comunitario d’impronta familiare. Le regole sono moltissime, però la modalità non è quella punitiva ed il modello educativo dell’équipe è molto equilibrato. Il nostro è un contesto autorevole, però non rigido, è molto materno, il luogo è accogliente, vi si presta grande attenzione al soggetto, alle emozioni e le questioni si risolvono dialogando».
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