Tassi d'interesse più alti? Francesco Timpano: «Stimolare la concorrenza tra gli istituti di credito»

Certamente molte le critiche piovute sulla decisione assunta dalla BCE, la Banca Centrale Europea, di aumentare i tassi d’interesse, mettendo in forte difficoltà molte famiglie con mutui a tasso variabile. Il che, unito al dato inflattivo, rischia di ridurre in ginocchio il cosiddetto ceto medio. Le misure assunte erano proprio indispensabili? Ed ora quali le soluzioni? Lo chiediamo ad un esperto, il prof. Francesco Timpano, docente di Macroeconomia e Politica Economica presso la sede di Piacenza dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Professore, perché la BCE ha agito in questo modo e come fare ora per fronteggiare tali scelte?
«È sempre molto complicato dire cosa sia giusto e cosa no… Ci muoviamo del resto in un territorio, in cui in parte si è costretti ad assumere alcune decisioni. Non v’è dubbio che stiamo abbandonando ciò cui ci eravamo molto abituati ovvero un periodo lungo di tassi bassi e di bassa inflazione, scenario verificatosi in parte dopo la crisi delle torri gemelle e soprattutto dopo la crisi dei subprime nel 2008 e poi nel 2011, con una Banca Centrale estremamente espansiva, il che ha assicurato tutta la liquidità, che serviva al sistema per poter reagire a quelle crisi. Poi sono sopraggiunti due eventi altrettanto pesanti ovvero il Covid e la guerra in Ucraina: il primo ci ha portato ad una reazione molto forte delle politiche fiscali, quindi delle politiche di bilancio, negli Stati Uniti ed in Europa, politiche fortemente espansive, che comportano prima o poi grandi effetti sui prezzi; il secondo fattore, quello della guerra, ha dato evidentemente boost anche ad un ulteriore aumento dei prezzi delle materie prime di alcuni prodotti, il che è avvenuto quando tra l’altro le catene di forniture internazionali erano ancora sconvolte dalla pandemia. Quindi sono state due le fonti di pressione sui prezzi».
«È sempre molto complicato dire cosa sia giusto e cosa no… Ci muoviamo del resto in un territorio, in cui in parte si è costretti ad assumere alcune decisioni. Non v’è dubbio che stiamo abbandonando ciò cui ci eravamo molto abituati ovvero un periodo lungo di tassi bassi e di bassa inflazione, scenario verificatosi in parte dopo la crisi delle torri gemelle e soprattutto dopo la crisi dei subprime nel 2008 e poi nel 2011, con una Banca Centrale estremamente espansiva, il che ha assicurato tutta la liquidità, che serviva al sistema per poter reagire a quelle crisi. Poi sono sopraggiunti due eventi altrettanto pesanti ovvero il Covid e la guerra in Ucraina: il primo ci ha portato ad una reazione molto forte delle politiche fiscali, quindi delle politiche di bilancio, negli Stati Uniti ed in Europa, politiche fortemente espansive, che comportano prima o poi grandi effetti sui prezzi; il secondo fattore, quello della guerra, ha dato evidentemente boost anche ad un ulteriore aumento dei prezzi delle materie prime di alcuni prodotti, il che è avvenuto quando tra l’altro le catene di forniture internazionali erano ancora sconvolte dalla pandemia. Quindi sono state due le fonti di pressione sui prezzi».
Come ha reagito la comunità internazionale?
«Gli Stati Uniti con l’amministrazione Biden hanno immesso una quantità ingente di denaro come risposta alla guerra, quindi si sono trovati di fronte, in un primo momento, ad un’inflazione da domanda, mentre in Europa, in prima battuta, si è avuta un’inflazione da costi ovvero tutta esterna, ma adesso sta diventando anche da noi da domanda, perché, in realtà, i prezzi delle materie prime stanno sostanzialmente rientrando su livelli a volte anche fisiologici molto simili a quelli del passato – pensiamo anche alle materie prime energetiche, che per un certo periodo hanno pesato sull’inflazione e adesso non pesano più -. L’inflazione resta però alta. Per questo, la Banca Centrale Europea, intervenuta in ritardo, ha dovuto avviare una politica da manuale, che ha fatto rientrare una parte dell’inflazione, ma l’altra, quella core, quella che non dipende dalle materie prime e dai costi energetici, è ancora elevata ed è questo l’elemento che preoccupa».
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«Gli Stati Uniti con l’amministrazione Biden hanno immesso una quantità ingente di denaro come risposta alla guerra, quindi si sono trovati di fronte, in un primo momento, ad un’inflazione da domanda, mentre in Europa, in prima battuta, si è avuta un’inflazione da costi ovvero tutta esterna, ma adesso sta diventando anche da noi da domanda, perché, in realtà, i prezzi delle materie prime stanno sostanzialmente rientrando su livelli a volte anche fisiologici molto simili a quelli del passato – pensiamo anche alle materie prime energetiche, che per un certo periodo hanno pesato sull’inflazione e adesso non pesano più -. L’inflazione resta però alta. Per questo, la Banca Centrale Europea, intervenuta in ritardo, ha dovuto avviare una politica da manuale, che ha fatto rientrare una parte dell’inflazione, ma l’altra, quella core, quella che non dipende dalle materie prime e dai costi energetici, è ancora elevata ed è questo l’elemento che preoccupa».
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