«Sì, fare il medico è una missione. Alle "Figlie" un quid in più»

13 FEB 23
Ultimo aggiornamento: 19:5816 MAG 25
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Quest’anno la Giornata mondiale del Malato per la Congregazione delle Figlie di San Camillo coincide con un altro, importante anniversario “in famiglia”, per così dire: ricorrono, infatti, i cento anni dalla morte del beato Luigi Tezza, co-fondatore, assieme a santa Giuseppina Vannini, dell’ordine religioso. Per l’occasione, il mese scorso è giunta presso la casa di cura di Cremona (la seconda fondata in ordine di tempo) la reliquia del beato, esposta per la venerazione nella cappella interna alla struttura sino al 25 gennaio, quando è stata trasferita a Brescia. Insomma, son, queste, occasioni propizie per fare una riflessione a tutto tondo sul tema della sanità e dell’assistenza ai malati col direttore sanitario della casa di cura «Figlie di San Camillo», Andrea Bianchi.
Può sembrare forse banale chiederlo, eppure parte tutto da qui: chi è il malato?
«Il malato, innanzi tutto, è una persona, che vive una condizione di fragilità dovuta all’insorgere di una malattia e che quindi merita il massimo delle attenzioni da parte degli operatori sanitari. Quando parlo di attenzioni, mi riferisco sia alla relazione umana, sia agli aspetti di competenza clinica, che devono esserci per cercare di risolvere o di limitare i problemi rappresentati. Il malato è depositario di un diritto, (...)».
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