«Restare accanto: la solitudine è la piaga più grave»

9 FEB 23
Ultimo aggiornamento: 17:58 | 16 MAG 25
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«Abbi cura di lui», la compassione come esercizio sinodale di guarigione. Papa Francesco cita l’evangelista Luca per la XXXI Giornata Mondiale del Malato che si celebra domani. La malattia fa parte della nostra esperienza umana. Può diventare, però, disumana se è vissuta nell’isolamento e nell’abbandono, se non è accompagnata dalla cura e dalla compassione. Don Maurizio Lucini è l’incaricato diocesano per la pastorale della salute impegnato in campo oltre che uno dei cappellani all’ospedale Maggiore di Cremona.
Don Maurizio, qual è il significato della giornata del malato?
«Fu Giovanni Paolo II che, il 13 maggio 1992, istituì questa giornata da celebrarsi ogni 11 febbraio in occasione della memoria della Beata Maria Vergine di Lourdes. Lo scopo era quello di favorire lo sviluppo di una pastorale verso i malati e i sofferenti, ordinaria ed efficace, in tutte le comunità cristiane e richiamare il dovere del servizio ai malati e i sofferenti come parte integrante della missione della Chiesa. Papa Francesco, nel messaggio di quest’anno, ha precisato che vanno sensibilizzati «il popolo di Dio, le istituzioni sanitarie e la società civile a un nuovo modo di avanzare insieme».
Quanto è importante camminare insieme quando si fa esperienza della fragilità e della malattia?
«L’immagine del camminare insieme credo sia molto bella per descrivere la cura. Il malato o il sofferente hanno bisogno di compagni di viaggio che si affianchino a loro con l’arte della cura; essa richiede capacità tecniche, sicuramente, ma anche doti umane e spirituali (dando a questo termine un’accezione vasta). Una parola che fa sintesi (...)».
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