Il viaggio dei volontari trentenni: «Leopoli è tutta un campo profughi»

4 APR 22
Ultimo aggiornamento: 17:027 MAG 25
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Sono tutti trentenni, da volontari sono partiti in quattro per l’Ucraina con un solo obiettivo: portare in Italia il maggior numero possibile di profughi. Giovedì scorso hanno abbandonato le loro scrivanie a Roma, dove lavorano per la Fondazione Rut, diretta dall’ex parlamentare Giovanna Martelli (si occupa di ricerca scientifica e dialogo globale)e sono partiti per Gorizia. Qui il 1° aprile si era data appuntamento la Carovana della pace organizzata da "Stop the war now".
Settanta macchine in tutto, venti tonnellate di aiuti umanitari, più di duecento persone mosse da uno scopo comune: arrivare a Leopoli. Per portare aiuti a chi resta e aiutare chi deve fuggire alle zone di guerra a trovare un "passaggio" per l’Italia. Un’operazione anche per rendere visibile l’azione sul terreno di oltre 170 associazioni della società civile. Mondi diversi per storia e impegno, ma uniti per dire una cosa: la guerra fa schifo. Giulia Brizzi, David Dattilo e Ludovico De Angelis (accompagnati da Domenico D’Orazio, dell’associazione di soccorso "Giannino Caria" paracadutisti), il due aprile entrano a Leopoli. La guerra sembra lontana. Ma è solo l’inizio. Attraversano le stradine della città tra fango, neve e bandiere ucraine che garriscono tra i fili spinati che separano i cortili delle case. Prima di arrivare al centro Caritas il segnale del loro gps si interrompe: è forse questo il primo momento in cui percepiscono che sono in un territorio di guerra. Riescono ad arrivare al centro di smistamento degli aiuti, in venti minuti scaricano tutto.
«Siamo ripartiti per la stazione di Leopoli con la bellezza della cooperazione negli occhi», ci racconta Giulia. Poi i volontari della Fondazione Rut si fermano al seminario. Lì, ad accogliere tutte le associazioni della Carovana ci sono il sindaco di Leopoli, Andrij Sadovyj, e il nostro ambasciatore, Pier Francesco Zazo, che anche questa volta non ha voluto far mancare il suo sostegno. «Al seminario conosciamo Natalia - dice David –, una ragazza ucraina la quale ci avverte che il giorno prima i russi avevano sparato sui treni che trasportavano i civili diretti a Leopoli ferendo un uomo. Gli altri passeggeri si erano spaventati e avevano deciso di non partire. Sono le 15 passate, suona una sirena, è la prima che sentiamo».
L’ingresso della stazione «è gremito di persone che si accalcano – prosegue Ludovico –, tutto attorno è un campo profughi. C’è confusione, un ragazzo del personale ci blocca all’entrata della sala dove avviene l’assegnazione delle famiglie. Proviamo a parlargli, lo convinciamo e ci lascia entrare. Stanno arrivando oltre 60 persone, tra donne e bambini, su un treno, uno dei tanti che ogni giorno cerca di arrivare a Leopoli. Aspettiamo».
Giulia si riprende la parola: «Alona è il nome che ci viene assegnato. Entriamo in un’altra sala, grande, spaziosa, ricoperta di materassini e lenzuola appoggiate per terra dove ci sono bambini che giocano, che piangono, che mangiano, donne che allattano, che guardano il soffitto in attesa di un nome: il loro. Ci conducono da Alona e Ola. Lei, 39 anni, faceva la commessa. È scappata con la sua bambina di 8 anni da Donetsk. Il fratello di Alona è morto difendendo la città, il marito ancora combatte per la libertà».
Anastasia - Nastia per gli amici - è invece del 1989 e ha tre bambini: Grisha, Igor, Ida, rispettivamente di 5, 3 anni e un anno e mezzo. Prima della guerra e dell’ultima gravidanza faceva il vigile del fuoco. Viene da un città a nord di Kiev, dove viveva in una villetta in legno con il marito, i figli e l’amato cane. Una bomba ha distrutto la sua casa, ucciso il cane e costretto suo marito al fronte. Ha un dito amputato dal morso di un cane. Il giorno prima dello scoppio della guerra doveva andare a levarsi i punti all’ospedale. I punti alla fine li ha dovuti levare da sola per paura di uscire di casa. Vivono in quella stazione da più di un mese, una sola valigia grande per ricominciare altrove.
«Alla frontiera - va avanti David nel racconto - ci tengono per oltre due ore in attesa di un via libera che non arriva mai, intanto è scattato il coprifuoco. Sappiamo che è una necessaria procedura, ma non immaginavamo fosse così dura da passare». La militare ucraina chiede di far scendere dalla macchina i i bambini, che si erano addormetati. Nevica e il freddo è così pungente da tagliarti. «Li svegliamo ad uno ad uno e loro, in silenzio, scendono ancora insonnoliti. Quando è il turno della piccola Ida la situazione diventa allarmante - prosegue -. La prendiamo in braccio per farla vedere mentre la mamma, prostrata sul vetro del gabbiotto del militare, implora facendole vedere le foto della piccola dal primo suo giorno di vita dal cellulare. Nastia chiama il marito, che parla con la militare. Noi cerchiamo di aiutarla parlando in inglese coi militari, ma nessuno lo parla né lo comprende. In frontiera si parla ucraino, non c’è spazio per altre lingue».
Il disco verde arriva dopo ben 5 ore. «Quando si alza la sbarra è stato il sollievo più grande mai provato - ci dice Giulia con gli occhi ancora lucidi –, abbiamo tutti riso ma anche pianto». Alona, Ola, Nastia, Grisha, Igor, Ida sono ora in Italia, al sicuro. Lunedì pomeriggio sono giunti alla stazione Termini di Roma. La missione è andata bene. Perché è proprio questa la parola alla quale tutti noi dobbiamo aggrapparci: il bene, che se non è di tutti non è davvero di nessuno.