Pacifisti inascoltati «Ora siamo inutili»

Nella presentazione della manifestazione per la pace di sabato a Roma, il Giornale le attribuisce la battuta “La pace è una cosa troppo seria per lasciarla ai pacifisti”. La conferma?
Mao Valpiana, tra gli organizzatori della manifestazione di sabato scorso conferma: «Questa frase l’ho detta in un’intervista. Significa che alle manifestazioni deve partecipare la gente, l’opinione pubblica, il popolo. E non delegare ai pacifisti, tra virgolette, come addetti ai lavori, queste manifestazioni pubbliche. Io la dicevo in senso positivo. Finalmente la gente prende in mano la situazione da protagonista e comincia a mettere in campo la diplomazia dal basso. Di questo si tratta: tutte queste grandi manifestazioni in tutte le capitali europee, ma anche a Mosca e a San Pietroburgo, sono un segnale positivo e attestano che il popolo della pace è una delle forze in campo nello scenario di questo momento».
Mao Valpiana, tra gli organizzatori della manifestazione di sabato scorso conferma: «Questa frase l’ho detta in un’intervista. Significa che alle manifestazioni deve partecipare la gente, l’opinione pubblica, il popolo. E non delegare ai pacifisti, tra virgolette, come addetti ai lavori, queste manifestazioni pubbliche. Io la dicevo in senso positivo. Finalmente la gente prende in mano la situazione da protagonista e comincia a mettere in campo la diplomazia dal basso. Di questo si tratta: tutte queste grandi manifestazioni in tutte le capitali europee, ma anche a Mosca e a San Pietroburgo, sono un segnale positivo e attestano che il popolo della pace è una delle forze in campo nello scenario di questo momento».
Senz’altro sua, invece, la frase: “ecco perché nessuno di noi può ritenersi veramente innocente rispetto alla guerra in Ucraina”. Ce la spiega?
«Parto dall’altra grande tragedia quella della ex Jugoslavia, 30 anni fa. Là si era capito che mancava uno strumento fondamentale che poteva bloccare o attutire il dramma che poi si è verificato, soprattutto con il massacro di Srebenica. Cioè, l’Europa non aveva lo strumento per intervenire, direi uno strumento di polizia internazionale. Quando c’è un aggressore, un aggredito e un sopruso, se noi vediamo per strada una vecchietta che viene scippata, chiamiamo il pronto intervento. Ecco, mancava questo strumento. Si era detto: bisogna che l’Onu sia dotato un proprio corpo di polizia internazionale, occorre che l’Unione europea abbia una propria politica di difesa e di sicurezza....
«Parto dall’altra grande tragedia quella della ex Jugoslavia, 30 anni fa. Là si era capito che mancava uno strumento fondamentale che poteva bloccare o attutire il dramma che poi si è verificato, soprattutto con il massacro di Srebenica. Cioè, l’Europa non aveva lo strumento per intervenire, direi uno strumento di polizia internazionale. Quando c’è un aggressore, un aggredito e un sopruso, se noi vediamo per strada una vecchietta che viene scippata, chiamiamo il pronto intervento. Ecco, mancava questo strumento. Si era detto: bisogna che l’Onu sia dotato un proprio corpo di polizia internazionale, occorre che l’Unione europea abbia una propria politica di difesa e di sicurezza....
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