Guerra
La Russia si riprende le sue opere d'arte in Italia. Mostre e musei penalizzati

Ufficio stampa Gallerie d'Italia | Nella foto, una visitatrice ammira l’Amorino alato del Canova, una delle opere che verrano restituite all’Ermita-ge di San Pietroburgo
I capolavori futuristi della collezione Mattioli sono tornati a Milano dalla Russia appena in tempo, verrebbe da dire. Perché l’attacco russo all’Ucraina - e le sanzioni a livello internazionale - stanno avendo pesanti ripercussioni nel mondo dell’arte e della cultura.
Il ministero della Cultura russo ha invitato le sue istituzioni a farsi restituire tutte le opere in prestito all’estero; e una circolare del ministero della Cultura italiano ha sancito la sospensione, con effetto immediato, di tutte le attività dell’"Anno incrociato dei musei Italia-Russia", che include la fine di tutte «le attività di promozione culturale istituzionale» con la Federazione Russa.
Per quanto riguarda Milano, il museo dell’Ermitage di San Pietroburgo ha chiesto la restituzione, entro fine mese, di alcuni capolavori prestati per due mostre in corso, Tiziano e l’immagine della donna nel ’500 veneziano a Palazzo Reale e Grand Tour alle Gallerie d’Italia. Dalla prima, in particolare andranno via due dipinti, uno di Tiziano e uno del meno noto Giovanni Cariani. Molti di più, oltre venti, i pezzi che dovranno lasciare le Gallerie d’Italia, tra cui un Amorino di Canova, un ritratto di Ingres e una decina di bronzi e vasi in porfido di Valadier: le opere partiranno il 21 marzo, pochi giorni prima che chiuda la mostra (il 27). Chi volesse ammirare queste opere deve affrettarsi.
La questione non riguarda ovviamente solo Milano: la Fondazione Fendi di Roma dovrà restituire una Giovane donna di Picasso, finora mai esposta in Italia; mentre a Rovigo è in bilico la grande retrospettiva su Kandinskij, dove ben 80 opere provengono da musei e collezioni private russe.
Del conflitto che sta insanguinando l’Ucraina si è parlato ieri anche in Triennale, dove è stato presentato "Planeta Ukrain", il Padiglione ucraino della prossima Esposizione internazionale, al via da luglio.
«Quello che facciamo oggi – ha spiegato il presidente della Triennale, Stefano Boeri – è costruire un ponte con intellettuali, artisti intellettuali musicisti e studiosi che stanno a Kiev e nelle città ucraine sotto i bombardamenti: è un modo per farli sentire parte di questo dialogo, di un’Europa che noi vogliamo vada verso la pace». Una posizione condivisa dal governatore Attilio Fontana: «Regione Lombardia è al fianco della Triennale nel supportare ogni forma di libera manifestazione di parola e pensiero. Promuovere il Padiglione dell’Ucraina è sicuramente uno dei modi per reagire in maniera compatta e solidale alla guerra». Boeri ha poi confermato l’esclusione degli artisti russi, «in coerenza con la scelta di altre istituzioni italiane e stante la situazione di violenta e ingiustificata guerra. Naturalmente non significa che alla prossima Triennale gli artisti russi non possano partecipare».
Non sono mancate le testimonianze di artisti ucraini. «A Kiev sono rimasti tanti amici e maestri. Alcuni sono andati a difendere i territori e sono già in guerra, un collega mi ha detto che ora sta suonando una sinfonia un po’ diversa», ha raccontato la pianista Anastasia Stovbyr, prima di eseguire un brano del suo conterraneo Boris Loghinov. «Ho alcuni parenti anche in Russia, ma per me è difficile... non posso perdonare quello che sta accadendo».
Ancora più dura Galyna Grygorenko, responsabile dell’agenzia di Stato per le arti e la cultura al ministero della Cultura ucraino, in collegamento da Kiev. «Le istituzioni russe culturali parlino chiaramente, perché hanno la possibilità di influenzare il pubblico. Devono condannare l’azione del loro governo e chiamare il nome dell’aggressore come è, un criminale di guerra. Altrimenti saranno isolati. Questo è un dovere morale».
Il conflitto scatenato dalla Russia, lo ricordiamo, ha avuto ripercussioni anche in ambito musicale. La Scala ha dovuto cambiare il suo programma domenica scorsa, con un concerto della Filarmonica dedicato alle vittime della guerra. Sul podio dell’orchestra fondata 40 anni fa da Claudio Abbado è mancato però, grande assente, Valery Gergiev. Il direttore russo non ha risposto infatti alle richieste del sindaco di Milano Giuseppe Sala, e del sovrintendente della Scala Dominique Meyer, che all’indomani dello scoppio del conflitto lo avevano invitato a condannare l’attacco di Mosca a Kiev. E dunque, collaborazione interrotta; sul podio è salito Riccardo Chailly, direttore musicale della Scala e direttore principale della Filarmonica, che ha diretto un concerto di Rachmaninov e una sinfonia di Cakikovskij, due grandi musicisti russi.
E per aprile Meyer ha annunciato un grande concerto dedicato alla pace, dove si esibiranno fianco a fianco artisti russi e ucraini.
Oltre al caso Gergiev, c’è stato anche quello legato al soprano Anna Netrebko, scoperta proprio da Gergiev (con il quale ha esordito nel 1994 con Le nozze di Figaro), da anni presenza fissa alla Scala. Il soprano, al quale il Metropolitan di New York ha cancellato i contratti dei prossimi due anni perché non ha preso le distanze da Putin, non è più arrivata a Milano per le repliche di Adriana Lecouvreur, dopo che inizialmente era circolata la voce che fosse malata. In un post sui social, Netrebko ha invece fatto sapere di stare bene, di condannare la guerra, ma al tempo stesso ha criticato chi la costringeva a denunciare la sua patria. Gergiev, invece, è tornato in Russia senza rilasciare dichiarazioni.