Retroscena
Governo, i timori sulla tenuta fra inciampi e passi indietro

Ansa | Il premier Mario Draghi e il presidente della REpubblica, Sergio Mattarella.
A rassicurare Mario Draghi provvede Matteo Salvini: «Non ci penso proprio a uscire dal governo, non vedo perché debba cambiare idea», ha ripetuto ieri il segretario della Lega a Radio Rai, dalla casa dove sta trascorrendo la quarantena. E questa è una buona notizia: la stabilità dell’esecutivo è assicurata, per ora. Per di più, i progressi nei numeri generali del contrasto al Covid fanno gradualmente anche venir meno potenziali moviti di contrasto all’interno della composita maggioranza di unità nazionale. L’immutato assetto istituzionale garantito dalla rielezione di Sergio Mattarella al Quirinale, se da un lato ha riportato una generale serenità a Palazzo Chigi e dintorni, dall’altro ha indotto più di qualcuno a riportare i riflettori sull’azione del presidente del Consiglio. Che, negli ultimi tempi, sembra aver perso quel 'tocco magico' che ha caratterizzato i primi mesi di attività. E ora il rischio, palesato da qual- cuno, è che il 'Super Sergio' (ri)assiso sul Colle possa in qualche modo prendere il sopravvento sul 'Super Mario' da tutti conosciuto in passato. Lo si faceva notare negli ultimi giorni anche nel Transatlantico di Montecitorio, mettendo assieme una serie di elementi: in primo luogo, il pasticcio sul Superbonus del 110%, dove la legittima volontà di contrastare le truffe (messe in piedi da un numero comunque relativamente piccolo di persone) ha indotto l’esecutivo, anziché rafforzare l’azione di controllo e contrasto a comportamenti criminosi, a rimangiarsi un impegno dallo stesso assunto verso decine di migliaia di proprietari immobiliari che effettuano lavori di ristrutturazione. La marcia indietro sulla cessione dei crediti derivanti dal bonus è apparsa a molti tardiva e sintomo di un governo in confusione.
C’è poi il caso Monte dei Paschi di Siena che sta mettendo in imbarazzo il sistema bancario. Dove la «discontinuità » chiesta dalla Commissione Ue a seguito della fallita (sempre dal governo) trattativa con Unicredit ha portato - proprio ieri - al ritiro delle deleghe all’amministratore delegato Guido Bastianini, che pur era riuscito a riportare in utile l’istituto partecipato dallo Stato, malgrado le vicende tribolate degli ultimi anni. E questo quando nemmeno due mesi fa Alessandro Rivera, direttore generale del Tesoro, ascoltato dal Parlamento, in risposta a una domanda aveva negato che esistesse un orizzonte simile per Bastianini. Una vicenda gestita con un’opacità non degna di una banca pubblica. Anche lo slittamento del tavolo coi sindacati sulle pensioni, in partenza previsto per ieri, non è stato letto come un buon segnale in vista della riforma da fare. Un ritardo che si somma a quello sui temi della giustizia. E qualcuno, ancora, fa notare la contraddittorietà fra un quadro delle misure anti-Covid che si va per fortuna alleggerendo, a partire dalla fine del divieto di mascherine all’aperto, proprio mentre dal 15 febbraio parte la misura più draconiana contro i non vaccinati, quella che addirittura nega loro lo stipendio, con multe per chi li fa lavorare. Un quadro di comportamenti incerti che fa dire a un parlamentare di lungo corso che «in questi ultimi mesi il governo è apparso stanco, fermo in attesa dell’elezione del Quirinale, proprio quando servirebbe correre». Il ritorno a un ritmo alla Marcell Jacobs è ora l’auspicio anche di Draghi, che per questo la scorsa settimana ha voluto due riunioni settimanali del Consiglio dei ministri; tendenza che potrebbe essere riproposta nelle prossime settimane. L’obiettivo è puntare al massimo rendimento per i mesi da qui a luglio. Perché, dietro le quinte, in tanti ammettono che dalla ripresa di settembre - a parte l’'obbligo' della manovra da fare per il 2023 la forza propulsiva del premier «più stimato in Europa » potrebbe non essere più la stessa, infiacchita dalla generale prospettiva della campagna elettorale per le politiche 2023 a cui tutti i leader cominceranno a guardare.