Attraverso ponti e voltoni

Parlare di voltoni e ponti parrebbe l’enunciazione di una tautologia; ed in parte lo è, essendo i primi la struttura storica dei secondi, il fondamento della loro funzione di scavalcare. Il ponte, secondo le accezioni consolidate, è il “manufatto ... che serve per assicurare la continuità” di un corpo costruito che deve superare un qualsivoglia ostacolo naturale o articiale, o che deve collegare due parti scavalcando appunto un vuoto.
In architettura però, o, se vogliamo essere più precisi, nelle quinte urbane, siamo abituati a vedere quasi sempre i voltoni, il loro andamento che spesso assume il significato di una grande porta, piuttosto che la funzione di collegamento. In realtà per comprendere correttamente le funzioni urbane di volta in volta conviene distinguere, cercare di cogliere il significato reale di questa particolarità architettonica, che sempre mantiene un po’ di mistero, suggestioni diverse che danno sapore a un luogo, che ci guidano non solo nel vederlo ma soprattutto nel viverlo. Addirittura talvolta i muri raccontano storie, abitudini o episodi che appartengono a quell’essere città che tanto ci affascina quando lo ascoltiamo. Cremona è abbastanza ricca di queste situazioni, da secoli sono parte del nostro panorama urbano, e si presentano con aspetti diversi, derivati dalle loro originarie intenzioni progettuali, o anche dalla stratificazione della realtà costruita nella storia della città. La loro posizione nel tessuto ne determina le qualità d’uso, la percezione più o meno consapevole: l’ineluttabilità del percorso li rende pratica quasi indifferente, oppure la collocazione un po’ defilata li propone come penetrazioni verso mondi differenti dalla scena principale, o ancora hanno vita nuova come riparo nelle situazioni d’emergenza. Uno scroscio di pioggia li fa apprezzare, ma anche una pandemia come estensioni per il consumo dell’asporto da un bar, o inatteso luogo di una frantumata convivialità.
In alcuni casi si tratta di una vera e propria architettura sospesa, un elemento che si appoggia a due fabbricati adiacenti manifestando con chiarezza la sua funzione di raccordo, di via di comunicazione tra due identità spesso dissimili...
In architettura però, o, se vogliamo essere più precisi, nelle quinte urbane, siamo abituati a vedere quasi sempre i voltoni, il loro andamento che spesso assume il significato di una grande porta, piuttosto che la funzione di collegamento. In realtà per comprendere correttamente le funzioni urbane di volta in volta conviene distinguere, cercare di cogliere il significato reale di questa particolarità architettonica, che sempre mantiene un po’ di mistero, suggestioni diverse che danno sapore a un luogo, che ci guidano non solo nel vederlo ma soprattutto nel viverlo. Addirittura talvolta i muri raccontano storie, abitudini o episodi che appartengono a quell’essere città che tanto ci affascina quando lo ascoltiamo. Cremona è abbastanza ricca di queste situazioni, da secoli sono parte del nostro panorama urbano, e si presentano con aspetti diversi, derivati dalle loro originarie intenzioni progettuali, o anche dalla stratificazione della realtà costruita nella storia della città. La loro posizione nel tessuto ne determina le qualità d’uso, la percezione più o meno consapevole: l’ineluttabilità del percorso li rende pratica quasi indifferente, oppure la collocazione un po’ defilata li propone come penetrazioni verso mondi differenti dalla scena principale, o ancora hanno vita nuova come riparo nelle situazioni d’emergenza. Uno scroscio di pioggia li fa apprezzare, ma anche una pandemia come estensioni per il consumo dell’asporto da un bar, o inatteso luogo di una frantumata convivialità.
In alcuni casi si tratta di una vera e propria architettura sospesa, un elemento che si appoggia a due fabbricati adiacenti manifestando con chiarezza la sua funzione di raccordo, di via di comunicazione tra due identità spesso dissimili...
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