«La mia professione? Non c’è cosa più bella che rendere giustizia»

Alessandra Dolci, a capo della Direzione distrettuale Antimafia di Milano e vincitrice del premio Paolo Borsellino per il proprio impegno contro il crimine organizzato e nel sociale, è il Cremonese dell’anno 2019 per l’attività pubblica: «Devo dire che mi sento molto onorata dal ricevere questo premio perchè ho Cremona nel cuore. Sono già passati dieci anni da quel 13 luglio 2010 quando eseguimmo complessivamente oltre trecento misure cautelari, parte a Milano e parte a Reggio Calabria, con una grande operazione che ha avuto il merito di svelare quella che è la struttura organizzativa dalla ‘ndrangheta: una struttura unitaria con degli organismi di carattere federativo, quindi da questo punto di vista ha rappresentato un’indagine che ci ha fatto svoltare in quelle che sono le conoscenze investigative. Purtroppo sono passai dieci anni e siamo ancora qui, nell’Italia di sempre».
Che cosa è cambiato?
«Rilevo che si è accentuata quella che chiamo la “vocazione imprenditoriale” della ‘ndrangheta: sempre più vogliono infiltrarsi nel mondo economico, fare sistema con il mondo imprenditoriale, con il mondo della politica, in alcuni casi con la pubblica amministrazione, e quindi hanno adottato una strategia di mimetizzazione. E questo rende il fenomeno dell’infiltrazione nei nostri territori del Nord Italia ancor apiù insidioso. Le indagini sono sempre più difficili. Ricordo che all’epoca dell’indagine “Crimine infinito” riuscimmo ad avere importanti acquisizioni investigative da microspie che mettevamo nelle macchine. In particolare c’erano due nostri indagati, due affiliati di lungo corso che tutte le mattine alle 7, prima di prendere il caffè, si trovavano e parlavano di ‘ndrangheta. Uno diceva all’altro...
«Rilevo che si è accentuata quella che chiamo la “vocazione imprenditoriale” della ‘ndrangheta: sempre più vogliono infiltrarsi nel mondo economico, fare sistema con il mondo imprenditoriale, con il mondo della politica, in alcuni casi con la pubblica amministrazione, e quindi hanno adottato una strategia di mimetizzazione. E questo rende il fenomeno dell’infiltrazione nei nostri territori del Nord Italia ancor apiù insidioso. Le indagini sono sempre più difficili. Ricordo che all’epoca dell’indagine “Crimine infinito” riuscimmo ad avere importanti acquisizioni investigative da microspie che mettevamo nelle macchine. In particolare c’erano due nostri indagati, due affiliati di lungo corso che tutte le mattine alle 7, prima di prendere il caffè, si trovavano e parlavano di ‘ndrangheta. Uno diceva all’altro...
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