Derubati degli affetti più cari

18 MAR 20
Ultimo aggiornamento: 01:34 | 17 GIU 26
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Quando si tenterà di tracciare la storia di questa tragedia che stiamo vivendo, dovremo pur fermarci sul dramma di averci “rubato”, con la improvvisazione di un furto mai atteso, i migliori affetti, le più belle storie di amicizie che sembravano avere il dono della eternità... E ora siamo qui, a consumare con un pianto una “perdita”, qualche cosa di vero che apparteneva pure a noi e che, ogni volta, riusciva a riportarci nella realtà dei migliori sentimenti.
Don Vincenzo Rini - per noi - è stato tutto questo: il suo silenzio ci tormenta ancora di più, perchè solitamente parlava e sapeva parlare, con un linguaggio dignitoso e armonico, costruito sulla “parola” che, come ci ha insegnato don Luisito Bianchi nel suo magistrale romanzo “La messa dell’uomo disarmato”, riesce sempre ad essere voce di una cultura che scavava nella coscienza e che orientava le azioni della vita. Un prete serio, che sapeva ascoltare (a volte, mentre correva affrettato, ci diceva “Devo andare a confessare in Duomo”) e comprendere la saggezza della vita, nelle sue dimensioni specifiche, di fronte a tante conversazioni inutili e scontate. I suoi silenzi, a volte, nascondevano il desiderio vivo di approdare ad una “verità” (quella stessa verità che riscoprirà in una sua pagina fondamentale, “Il sapore della verità”, una “storia umanissima”, utile per comprendere la dignità del prete, di fronte alle miserie dell’oggi...), per potere dialogare con tutti, per trovare le parole migliori alla soluzione dei tanti perchè che disturbano le “persone”, pur tra un’apparente felicità... Don Vincenzo aveva una sua cultura intensa e costruita sulla “radice uomo”, per cui i dialoghi con tanti si risolvevano in un arrivederci cordiale e sereno, con la certezza che lui pure avrebbe lavorato per comprendere un destino esistenziale...
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