Nel cuore di "Arturo"

19 GIU 19
Ultimo aggiornamento: 16:56 | 16 MAG 25
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Elmetto, camice, guanti, sovra scarpe, tutto bianco. Con un montacarichi si sale fino all’ultimo piano, pronti per entrare nell’edificio reattore, la struttura cilindrica che si vede da fuori, alto sessanta metri e che poggia, come tutta la centrale per ragioni di sicurezza, su un rilevato, data la presenza del fiume Po. Entriamo nel cosiddetto contenitore secondario, alla nostra sinistra nel percorso verso l’ascensore lo schermo biologico del reattore: la struttura che confinava il flusso neutronico. Ad accompagnarci l’ingegnere Sabrina Romani, piacentina, la responsabile del processo di disattivazione della centrale Sogin di Caorso. La incontriamo in occasione di Open gate 2019, l’evento con cui Sogin - Società pubblica responsabile del decommissioning degli impianti nucleari italiani e della gestione dei rifiuti radioattivi - apre al pubblico ogni due anni le sue centrali nucleari in dismissione. La centrale di Caorso è la centrale più grande d’Italia, con una potenza, quando era in eserczio di 860 MWe. Progettata e costruita negli anni settanta, il suo collegamento alla rete elettrica è avvenuto nel 1978 ed è entrata in esercizio nel dicembre 1981. Nell’ottobre del 1986 è stata fermata per la periodica ricarica del combustibile, ma dopo il referendum sul nucleare del 1987 non è stata più riattivata. Addio ad “Arturo”, come veniva comunemente chiamato, e addio al nucleare...
Carla Parmigiani e Paolo Carini
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