Dentro allo Sprar, un buon modello in via di esaurimento

11 FEB 19
Ultimo aggiornamento: 16:50 | 16 MAG 25
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Come si vive in uno Sprar, il centro virtuoso per l’accoglienza ai rifugiati? Chi prepara da mangiare, chi lava, chi stira, chi va a fare la spesa e chi tiene pulito l’appartamento? E come sono organizzate le lezioni di lingua italiana che sarebbero la base per una vera integrazione?
Nell’approfondimento di questa settimana sul tema dell’accoglienza, spicca un elemento nuovo: il gruppo missionario di Sant’Abbondio si prende carico dell’inserimento nella realtà cremonese dei primi 4 eritrei arrivati con il corridoio umanitario. Non è la parrocchia, è il gruppo missionario che può contare su una decina di persone, non di più. Ma sono tra i pochi a conoscere qualcosa della realtà eritrea, sia per aver organizzato degli incontri, sia per essere andati a vedere in che maniera funzionavano le adozioni a distanza. C’è il problema della lingua, ma c’è anche la disponibilità di 3 suore, due famiglie e di un dipendente della Caritas, tutti di origine eritrea che, in questo frangente, diventano una risorsa importante. I corridoi umanitari potrebbero essere una soluzione per evitare le tragedie del mare? I numeri sono impietosi. Si stima che in Etiopia ci siano 180 mila rifugiati eritrei e con il primo corridoio aperto, sia arrivata in Italia un’ottantina di persone, distribuite tra le varie Caritas.
A Bergamo, invece, c’è un altro modello di integrazione che fa discutere: l’Accademia. Dal punto di vista normativo è un semplice Centro di accoglienza straordinaria, ma applica un rigido sistema di regole con orari e disciplina di tipo militare. Prevede uno studio sistematico della lingua e molte ore di attività utili alla città, eseguite con una tuta arancione che già porta la scritta: grazie Bergamo! Dopo 9 mesi è previsto uno stage in fabbrica. La giunta di Centro sinistra, la Diocesi e la Confindustria locale ci credono. Le critiche, però, non mancano...
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