Piatto povero, mi ci ficco...

13 GEN 14
Ultimo aggiornamento: 14:45 | 16 MAG 25
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A Torricella del Pizzo i buongustai arrivano da mezza Italia per mangiare il piedino di maiale. Il pipèn, usando la dicitura del dialetto casalasco, è un alimento talmente in disuso che trovare una festa “a lui” interamente dedicata sembra davvero una cosa d’altri tempi. Ma la tradizione, se riportata alla ribalta con cognizione di causa e nel contesto adeguato, continua ad esercitare il suo fascino. A Torricella l’hanno constatato di persona ed è per questo che anche quest’anno riproporranno l’evento il 18, 19 e 26 gennaio nella centrale piazza.
«Quando siamo partiti otto anni fa con la prima festa - spiega Ernestino Marchetti del Comitato Fiera di Torricella - non ci aspettavamo certo un risultato simile».
La sfida era tutt’altro che scontata. A proporla fu l’attore dialettale di origini parmensi Mauro Adorni che da anni vive in terra casalasca. «C’eravamo resi conto che riuscire a mangiare il piedino di maiale era ormai diventato quasi impossibile - racconta Marchetti - e dire che sino alla metà del secolo scorso era un alimento abituale nella nostra Bassa. Legato alla tradizione contadina e al rito dell’uccisione del maiale che avviene tra novembre e dicembre. Quando fa freddo e ci sono le condizioni climatiche ideali per trattare le carni».
L’idea di una festa dedicata al piedino di maiale ai più avrebbe potuto apparire fallimentare: proporre un alimento ormai desueto, lontano dal modo alimentarsi moderno e in un periodo terribilmente freddo non è da tutti. «Sapevamo che la gente per mangiare avrebbe voluto sedersi al caldo. E scaldare voleva dire investire molte risorse. Senza contare che stavamo rimettendo in tavola qualcosa che piaceva molto ai nostri nonni ma che non sapevamo che impatto avrebbe avuto sul pubblico». E invece il successo è arrivato subito. Sino al record delle 10 mila presenze nel 2012. «Il 2013 è stato meno fortunato - racconta Marchetti - tutta colpa del gelo e della neve. Ma il seguito non è di certo mancato».
Non tutti gli avventori hanno mangiato il “pipèn” ma...
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