Se le Unioni dividono i Sindaci E il fronte si rompe per divergenze su effettivi vantaggi e reali risparmi

3 DIC 13
Ultimo aggiornamento: 16:4116 MAG 25
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Ci sono i conviventi e i separati in casa. Gli entusiasti del legame e il fronte dei ‘divisi’. Sta di fatto che, un po’ per necessità un po’ per obblighi legislativi, alcuni comuni hanno imboccato la strada delle Unioni. Qualcuna è decollata, altre si sono sciolte. Il giudizio dei sindaci si divide. Corte de’ Frati è capofila della Ciria, costituita nel 2001, insieme con Olmeneta e Pozzaglio, quest’ultimo uscito nel 2007; intanto, nel 2013, è entrato Grontardo. Il vicesindaco di Corte, Giuseppe Rossetti, spiega il percorso di questi anni: «Dipendenti e funzioni sono passati all’Unione: i primi servizi messi in comune sono stati il catasto, l’illuminazione, i servizi sociali, per poi passare tutte le altre, affinando al contempo l’organizzazione logistica. Le amministrazioni possono contare su tutti i servizi già in essere ma riorganizzati e potenziati, come se fossimo un unico grande comune da 5 mila abitanti». Ma quali sono i vantaggi, in concreto? «Facciamo un esempio, i cantonieri. Se prendiamo un piccolo paese, ce n’è uno o due, ma all’interno dell’Unione si crea una squadra in grado di operare sulle strade, le piazzole, per lo sfalcio del verde. Con i contributi abbiamo acquistato i mezzi ed evitato di appaltare alcuni servizi. Possiamo contare sui fondi regionali, per investimenti mirati o interventi straordinari». Perché non la semplice convenzione? «Ritengo sia uno strumento più debole, i sindaci non si sentono così legati e ci sono più difficoltà nell’organizzazione del personale».
PERCHE' PARLARNE? – I comuni con meno di 5 mila abitanti devono obbligatoriamente gestire le funzioni fondamentali in forma associata entro la fine dell’anno, salvo proroghe legislative. Già dallo scorso 1° gennaio almeno tre delle dieci funzioni sono state associate. Le funzioni possono essere gestite tramite una semplice convenzione o attraverso lo strumento delle Unioni, nate ai sensi della Legge 8.6.1990 n. 142 che le concepì come una nuova figura di ente locale costituito volontariamente tra i Comuni in previsione di una loro fusione, per dare maggiori servizi alle comunità e creare forme di risparmio. Nel Cremonese, alcune amministrazioni hanno intrapreso da tempo questa strada.
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