Ora il ristorante è davvero cinese In città sempre più esercizi rilevati da imprenditori orientali

17 NOV 13
Ultimo aggiornamento: 16:3916 MAG 25
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A fine 2009, a Cremona, i cinesi titolari di bar o ristoranti erano 18. A fine 2012 erano diventati 27 e al 30 settembre di quest’anno sono saliti a 35. Il raffronto con 4 anni fa  è significativo, ma ancora più evidente l’incremento dei primi 9 mesi del 2013 rispetto al 2012. Su base annua, il tasso arriva a sfiorare al 39%. I dati della Camera di Commercio confermano un’impressione già diffusa: sono moltissimi i bar gestiti dai cinesi e aumentano anche le tavole calde e i ristoranti. Via Bonomelli, via Brescia, via Giuseppina le zone dei bar cinesi, ma il fenomeno si estende a macchia d’olio. Il meccanismo è collaudato. I cinesi scelgono una zona, acquistano la licenza magari pagandola anche più del prezzo di mercato. Poi, una volta installati, si espandono nelle vie vicine. E in questo caso pagano lo stretto necessario, sfruttando il minor valore degli esercizi. I cinesi dispongono di capitale proprio, hanno finanziamenti nella rete familiare e riescono ad accedere ad un credito bancario solo se hanno acquistato anche i muri dello stabile. «Sono dati preoccupanti - commenta Giorgio Pugnoli, presidente Ascom - perché per ogni cinese che acquista c’è un commerciante italiano che non ce la fa più ad andare avanti. E’ il sintomo di una situazione grave nel tessuto economico della città». «Ritengo peraltro che ci sia anche un aspetto positivo - continua Pugnoli - perché il locale non chiude e resta un servizio per i cittadini. D’altro canto dispiace per alcuni locali storici che, nel cambio di proprietà, perdono irrimediabilmente parte delle caratteristiche che li avevano contraddistinti». Edoardo Fugazza, presidente provinciale dei Pubblici esercizi, aggiunge: «I cittadini stranieri, per lo più orientali, non sono mecenati. Piuttosto si tratta di investitori attenti. La mitizzazione di valigie piene di contanti non è reale, e chi vuole vendere oggi lo fa a prezzo di mercato. Anzi, voglio testimoniare, di quanto i sacrifici necessari per gestire un pubblico esercizio non trovano, al momento di cedere un adeguato riconoscimento economico. Per i bar, come del resto per i parrucchieri da donna, non serve un grosso capitale d’ingresso, il costo del lavoro è azzerato nel senso che fanno tutto tra di loro, la deregulation sugli orari li ha favoriti».
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