Gianfranco Fabi: quegli immobili simboli di uno Stato in cui politica e burocrazia creano più problemi che soluzioni

Se si chiamano immobili una ragione ci sarà”: così il professor Giacomo Vaciago concludeva con palese ironia un suo intervento qualche settimana fa sul tema delle dismissione del patrimonio e in particolare degli immobili posseduti dallo Stato.
E Vaciago su questo tema è sicuramente uno dei maggiori esperti, essendo stato negli anni Novanta prima Sindaco di Piacenza e poi Presidente della Commissione del Ministero delle Finanze per la dismissione degli immobili, una di quelle classiche iniziative, per sua stessa ammissione, che dimostrano la regola secondo la quale quando in Italia non si riesce o non si vuole risolvere un problema si istituisce una commissione.
Eppure la dismissione del patrimonio immobiliare risponderebbe a quattro esigenze particolarmente importanti.
La prima: darebbe ossigeno ai conti pubblici in un momento in cui c’è grande necessità di interventi seri per rilanciare la crescita.
La seconda: consentirebbe di mettere a disposizione aree, collocate spesso nel centro delle città, che potrebbero in molti casi utilmente essere sfruttate per iniziative di utilità generale.
La terza: offrirebbe la possibilità di dare un impulso al settore delle costruzioni e insieme di sviluppare un settore immobiliare con effetti positivi sulla dinamica dell’economia e quindi anche sulla creazione di posti di lavoro.
La quarta: consentirebbe di mobilitare risorse finanziarie private ora bloccate in attesa di tempi migliori, ma soprattutto di opportunità concrete.
In teoria ci troviamo di fronte ad uno scenario in cui tutti i tasselli possono combaciare. Molti immobili pubblici, pensiamo alle caserme, sono inutilizzati o sottoutilizzati da anni e spesso richiedono spese di manutenzione e di mantenimento in sicurezza. Molte iniziative pubbliche e private, sociali e culturali, sono alla ricerca di spazi adeguati per svolgere la loro attività. Il mercato immobiliare non riesce in molti casi a rispondere alle esigenze di larghe fasce della popolazione.
E allora perché solo poche foglie si muovono nel grande albero del patrimonio pubblico? Le iniziative negli ultimi anni non sono mancate. Si può ricordare come all’inizio degli anni Novanta venne fondata una società apposita “Immobiliare Italia” che non ottenne alcun risultato significativo se non quello di offrire per qualche anno poltrone e prebende ai propri amministratori. Poi cinque anni dopo c’è stato l’esperimento dei “fondi immobiliari pubblici” e poi ancora l’istituzione di “Patrimonio dello Stato SpA” di cui non è dato ricordare risultati apprezzabili.
Qualcosa si è mosso con il passaggio agli enti locali di alcuni immobili posseduti dal Demanio o dai Ministeri (in particolare quello della Difesa). Ma anche questo ha spostato il problema, ma non lo ha risolto se non pochi casi.
Alla radice di questi successivi fallimenti c’è il fatto che in Italia ci sono troppe regole, troppe competenze diffuse, troppi poteri di veto, troppi interessi difficili da conciliare. Rispettando la tradizione secondo cui quando c’è un problema si fa una legge, si sono così create norme che si sovrappongono, si scontrano, si intrecciano aumentando solo i contenziosi e i ricorsi giudiziari che sono il preludio alla troppo consueta tattica del rinvio e della proroga. La stessa riforma costituzionale del Titolo V parla all’articolo 117 di “legislazione concorrente” tra Stato e Regioni per la valorizzazione del patrimonio specificando che “nelle materie di legislazione concorrente spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei princìpi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato”.
Intanto negli ultimi vent’anni si sono accumulati almeno trenta provvedimenti legislativi (in particolar modo nelle leggi Finanziarie, poi chiamate leggi di stabilità) che spesso abrogavano implicitamente le leggi precedenti creando comunque un intreccio il cui dato di fondo è che potrebbe essere possibile tutto e il contrario di tutto.
Non ci si può stupire a questo punto se gli immobili pubblici restano immobili. Simboli di uno Stato in cui politica e burocrazia creano più problemi che soluzioni.
E Vaciago su questo tema è sicuramente uno dei maggiori esperti, essendo stato negli anni Novanta prima Sindaco di Piacenza e poi Presidente della Commissione del Ministero delle Finanze per la dismissione degli immobili, una di quelle classiche iniziative, per sua stessa ammissione, che dimostrano la regola secondo la quale quando in Italia non si riesce o non si vuole risolvere un problema si istituisce una commissione.
Eppure la dismissione del patrimonio immobiliare risponderebbe a quattro esigenze particolarmente importanti.
La prima: darebbe ossigeno ai conti pubblici in un momento in cui c’è grande necessità di interventi seri per rilanciare la crescita.
La seconda: consentirebbe di mettere a disposizione aree, collocate spesso nel centro delle città, che potrebbero in molti casi utilmente essere sfruttate per iniziative di utilità generale.
La terza: offrirebbe la possibilità di dare un impulso al settore delle costruzioni e insieme di sviluppare un settore immobiliare con effetti positivi sulla dinamica dell’economia e quindi anche sulla creazione di posti di lavoro.
La quarta: consentirebbe di mobilitare risorse finanziarie private ora bloccate in attesa di tempi migliori, ma soprattutto di opportunità concrete.
In teoria ci troviamo di fronte ad uno scenario in cui tutti i tasselli possono combaciare. Molti immobili pubblici, pensiamo alle caserme, sono inutilizzati o sottoutilizzati da anni e spesso richiedono spese di manutenzione e di mantenimento in sicurezza. Molte iniziative pubbliche e private, sociali e culturali, sono alla ricerca di spazi adeguati per svolgere la loro attività. Il mercato immobiliare non riesce in molti casi a rispondere alle esigenze di larghe fasce della popolazione.
E allora perché solo poche foglie si muovono nel grande albero del patrimonio pubblico? Le iniziative negli ultimi anni non sono mancate. Si può ricordare come all’inizio degli anni Novanta venne fondata una società apposita “Immobiliare Italia” che non ottenne alcun risultato significativo se non quello di offrire per qualche anno poltrone e prebende ai propri amministratori. Poi cinque anni dopo c’è stato l’esperimento dei “fondi immobiliari pubblici” e poi ancora l’istituzione di “Patrimonio dello Stato SpA” di cui non è dato ricordare risultati apprezzabili.
Qualcosa si è mosso con il passaggio agli enti locali di alcuni immobili posseduti dal Demanio o dai Ministeri (in particolare quello della Difesa). Ma anche questo ha spostato il problema, ma non lo ha risolto se non pochi casi.
Alla radice di questi successivi fallimenti c’è il fatto che in Italia ci sono troppe regole, troppe competenze diffuse, troppi poteri di veto, troppi interessi difficili da conciliare. Rispettando la tradizione secondo cui quando c’è un problema si fa una legge, si sono così create norme che si sovrappongono, si scontrano, si intrecciano aumentando solo i contenziosi e i ricorsi giudiziari che sono il preludio alla troppo consueta tattica del rinvio e della proroga. La stessa riforma costituzionale del Titolo V parla all’articolo 117 di “legislazione concorrente” tra Stato e Regioni per la valorizzazione del patrimonio specificando che “nelle materie di legislazione concorrente spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei princìpi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato”.
Intanto negli ultimi vent’anni si sono accumulati almeno trenta provvedimenti legislativi (in particolar modo nelle leggi Finanziarie, poi chiamate leggi di stabilità) che spesso abrogavano implicitamente le leggi precedenti creando comunque un intreccio il cui dato di fondo è che potrebbe essere possibile tutto e il contrario di tutto.
Non ci si può stupire a questo punto se gli immobili pubblici restano immobili. Simboli di uno Stato in cui politica e burocrazia creano più problemi che soluzioni.
Gianfranco Fabi
Editorialista economico
Editorialista economico