Don Vincenzo Rini: quando da piccolo pestavo l'uva nel tino

23 SET 13
Ultimo aggiornamento: 16:2716 MAG 25
Tradotto con IA
Versione italiana
Immagine di Don Vincenzo Rini: quando da piccolo pestavo l'uva nel tino
Il viaggio culinario di Mondo Padano prosegue in compagnia di don Vincenzo Rini. Tra ricordi d’infanzia al profumo di mosto e storie di parrocchiani particolarmente generosi, il direttore di “Vita Cattolica” ha voluto ricordare quanto il mondo sia ricco di persone meravigliose. E di specialità della tradizione, che meritano di essere conservate e condivise.
Primo o secondo, questo è il dilemma. «L’antipasto lo salto a priori, meglio non abusare di salumi» sorride don Vincenzo Rini mentre si sistema gli occhialetti sul naso. È ora di pranzo alla Trattoria Cerri di Cremona. Il direttore del settimanale diocesano “Vita Cattolica” scorre l’indice sul menu alla ricerca del piatto giusto per il mezzogiorno in nostra compagnia. «Nel frattempo possiamo incominciare con il vino - prende tempo -. Il rosso della casa andrà più che bene». Fabio, il proprietario del locale, porta in tavola una caraffa di Gutturnio frizzante dei Colli Piacentini. «A casa di solito non bevo - spiega don Vincenzo -, anche perché una bottiglia mi durerebbe quasi due settimane. Fino a qualche tempo fa, però, imbottigliavo regolarmente ogni anno. Compravo due damigiane di lambrusco mantovano, ne usciva una settantina di bottiglie, quanto bastava a me, a mia madre e alla nostra domestica per i pasti. Ho sempre preferito il rosso, il vino bianco non mi ha mai fatto impazzire. Ricordo ancora quando da piccolo aiutavo mio padre a pestare l’uva. Il carretto lasciava tutti i grappoli davanti a casa, i miei genitori mettevano tutto quanto nel tino e noi bambini iniziavamo a saltarci dentro all’impazzata. Era divertentissimo, anche se poi ci restavano le gambe colorate di rosso fino alle ginocchia per qualche giorno».
Decisione raggiunta: vada per un primo. Giusto il tempo di ordinare e la mente torna all’infanzia. «Sono nato a Spinadesco nel ‘45, ho vissuto i primi anni della mia vita in un mondo veramente d’altri tempi. A casa mia veniva il norcino ad ammazzare il maiale, con cui si facevano cotechini, salami e il “gratòn”, i ciccioli. E poi si tenevano galline e anatre. Ricordo ancora che una volta era nato un solo anatroccolo, che mia madre aveva deciso di rendere domestico. Lo avevamo chiamato Antonio e scorrazzava liberamente per le stanze. Era molto buffo».
In tavola arriva l’attenta scelta di don Rini: tortelli di zucca conditi con burro fuso e amaretti.
(IL SERVIZIO INTEGRALE SU MONDO PADANO IN EDICOLA QUESTA SETTIMANA)