I cinesi abbandonano il mercato Sui banchi tornano gli italiani

Sempre più ambulanti cinesi vendono la loro attività. E sempre più italiani tornano a lavorare dietro ad un banco del mercato. Due facce di uno stesso fenomeno che a Cremona ormai è evidente ad occhio nudo.
Iniziato un anno fa, il turn over si è consolidato negli ultimi mesi. Gli operatori orientali sono ormai interessati ad altri tipi di investimenti. Adesso fanno gola i bar e gli esercizi pubblici. E se all’origine spuntavano come funghi negozi di abbigliamento e bazar a prezzi oltremodo competitivi, ora è il settore della ristorazione a fare da catalizzatore. Tuatt’altra musica per gli italiani, alle prese con una crisi che continua a mordere senza risparmiare nessuno, e costretti a riscoprire i vecchi mestieri, pensando, spesso a torto, che il rapporto costi-benefici di un’attività “itinerante” possa essere superiore a quello dell’attività stanziale di un negoziante alle prese con affitti alle stelle e spese per luce e riscaldamento sempre più esose.
«Si è infatti portati a credere che ci sia un notevole risparmio – spiega Giorgio Bonoli, direttore di Confesercenti -. In un momento di crisi si guarda al commercio ambulante come ad un’oasi felice, dove si può guadagnare con una certa facilità limitando le uscite. In realtà non è così. Pensiamo ai prezzi dei posteggi, alla Tares, alle varie tasse e a quanto occorre investire per un furgone e per le attrezzature».
Solo due, tre anni fa si registrava l’ondata di mercanti dagli occhi a mandorla che facevano incetta di piazzole, acquistate direttamente da italiani che avevano deciso di ritirarsi, di andare in pensione o semplicemente di accettare offerte economiche interessanti da parte di chi garantiva un’invidiabile liquidità.
«Negli ultimi dodici mesi il panorama è mutato quasi radicalmente – osserva ancora Bonoli –. Sono i nostri connazionali a tornare e i cinesi a cedere le loro piazzole per trasferirsi in una sede fissa, che spesso acquistano». Secondo la Camera di Commercio, negli ultimi sei mesi in provincia si sono registrate 158 imprese cinesi, di cui 70 nel capoluogo. A farla da padrone, sono proprio i servizi di ristorazione che rispetto allo stesso periodo del 2012 sono cresciuti in modo lento ma costante, superando il 50% del totale delle attività: 87 le aperture sull’intero territorio, 32 concentrate in città.
Iniziato un anno fa, il turn over si è consolidato negli ultimi mesi. Gli operatori orientali sono ormai interessati ad altri tipi di investimenti. Adesso fanno gola i bar e gli esercizi pubblici. E se all’origine spuntavano come funghi negozi di abbigliamento e bazar a prezzi oltremodo competitivi, ora è il settore della ristorazione a fare da catalizzatore. Tuatt’altra musica per gli italiani, alle prese con una crisi che continua a mordere senza risparmiare nessuno, e costretti a riscoprire i vecchi mestieri, pensando, spesso a torto, che il rapporto costi-benefici di un’attività “itinerante” possa essere superiore a quello dell’attività stanziale di un negoziante alle prese con affitti alle stelle e spese per luce e riscaldamento sempre più esose.
«Si è infatti portati a credere che ci sia un notevole risparmio – spiega Giorgio Bonoli, direttore di Confesercenti -. In un momento di crisi si guarda al commercio ambulante come ad un’oasi felice, dove si può guadagnare con una certa facilità limitando le uscite. In realtà non è così. Pensiamo ai prezzi dei posteggi, alla Tares, alle varie tasse e a quanto occorre investire per un furgone e per le attrezzature».
Solo due, tre anni fa si registrava l’ondata di mercanti dagli occhi a mandorla che facevano incetta di piazzole, acquistate direttamente da italiani che avevano deciso di ritirarsi, di andare in pensione o semplicemente di accettare offerte economiche interessanti da parte di chi garantiva un’invidiabile liquidità.
«Negli ultimi dodici mesi il panorama è mutato quasi radicalmente – osserva ancora Bonoli –. Sono i nostri connazionali a tornare e i cinesi a cedere le loro piazzole per trasferirsi in una sede fissa, che spesso acquistano». Secondo la Camera di Commercio, negli ultimi sei mesi in provincia si sono registrate 158 imprese cinesi, di cui 70 nel capoluogo. A farla da padrone, sono proprio i servizi di ristorazione che rispetto allo stesso periodo del 2012 sono cresciuti in modo lento ma costante, superando il 50% del totale delle attività: 87 le aperture sull’intero territorio, 32 concentrate in città.
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