Colpo alla Colata Continua sgominata dai carabinieri la banda: cinque arresti

1 LUG 13
Ultimo aggiornamento: 16:1216 MAG 25
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Sgominata la banda del colpo alla Colata Continua di Pizzighettone. I carabinieri del Nucleo Operativo diretto da luogotenente Angelo Foglia alle prime luci dell'alba di lunedì hanno arrestato i capi dell'organizzazione che aveva assoldato le tre guardie giurate dell'Ivri già finite in cella le scorse settimane. Si tratta di Francesco Messina, calabrese di 38 anni, pluripregiudicato residente a San Felice sul Benaco, e Antonio Pinto, 26enne residente a Misano Gera d'Adda. Il primo, secondo gli investigatori, è la mente del pianto: un uomo dal curriculum criminale di spessore, costellato di furti e rapine compiute fin da ragazzino. Si trovava agli arresti domiciliari, in regime di sorveglianza speciale per un provvedimento risalente al 1999 emesso dall'autorità giudiziaria Reggio Calabria. Ma questo non gli ha impedito di continuare a organizzare colpi dalla sua villetta con vista lago grazie a Pinto, l'anello di congiunzione tra lui e Del Vecchio, guardia giurata in servizio alla Colata. Quest'ultimo ha poi convinto il collega Saletti a partecipare al colpo. Sul piatto 100mila euro ciascuno di ricompensa. La notte del colpo, dietro al promessa di 50mila euro, le due guardie hanno poi persuaso anche Fracesco Scaratti, altra guardia, ad aiutarli nella messa in scena della finta rapina. Per tutti e cinque l'accusa è ora di simulazione di reato, furto aggravato in concorso, furto d'armi e numerose aggravati. Tutti si trovano dietro alle sbarre di Ca' del Ferro, eccetto Messina che è stato incarcerato a Brescia.
Domani mattina il gip Guido Salvini lo interrogherà. Ancora tanti i punti oscuri del piano. A cominciare dalle identità dei fiancheggiatori e di almeno 5 autisti dei rimorchi utilizzati per trasportare una tonnellata di rame (in parte grezzo e in parte lavorato) del valore di un milione di euro. Un commando composito che la notte dell'assolto aveva operato con il volto travisato.
Determinanti per l'attività d'indagine, denominata operazione "Oro Rosso" e coordinata dal pm Francesco Messina, sono state le analisi dei tabulati telefonici e le intercettazioni. Un lavoro certosino portato a termine dagli uomini,agli ordini del capitano Livio Propato, che si sono districati tra centinaia di migliaia di utenze. La banda infatti ogni tre-quattro giorni cambiava utenze e telefonini, pensando così di fare perdere le tracce. Invece, sul loro cammino ne avevano già lasciate. A cominciare dal tragitto lungo il quale avevano abbandonato, uno dopo l'altro, i rimorchi (Bedizzole, Calvagese della Riviera, Brescia, Vobarno e Calcinato): una direttrice che portava sul bresciano e verso il Lago di Garda. «Molte le anomalie rilevate subito dopo il primo sopralluogo - ha spiegato il comandante Propato -. Ad esempio, l'allarme perimetrale non inserito, la presenza dell'automobile di Scaratti che non era stata descritta dalle testimonianze delle altre due guardie derubate delle armi ma non dei cellulari, e il fatto che fossero state imprigionate con del semplice nastro adesivo, facile da rompere per due uomini corpulenti». Sospetti che si sono trasformati in certezze grazie all'analisi dei filmati delle telecamere e dalle attività di osservazione dei soggetti. Durante i riscontri, i militari hanno anche evidenziato la presenza dello stesso "capo" Messina la notte della finta rapina e in luoghi giudicati dagli inquirenti chiave ai fini dell'organizzazione di un piano che ha tenuto impegnati i banditi per alcuni mesi.
A giugno i primi a cadere nella rete dei carabinieri sono stati Del Vecchio, Saletti e Scaratti che ancora attendeva di essere pagati per il servizio. Ora, è toccato ai vertici di un'organizzazione ritenuta molto pericolosa.