"Dall’agonismo alla violenza", Gresta: «Eccellenza? Rispetto e umiltà»

9 MAG 13
Ultimo aggiornamento: 13:56 | 16 MAG 25
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Questa mattina punti di vista autorevoli sulla disciplina, lo sport e i limiti della foga agonistica al convegno che si è tenuto all'Istituto Tecnico J. Torriani dal titolo “Dall’agonismo alla violenza: il rischio dietro l’angolo”, portati da tre allenatori d'esperienza internazionale: Donato Daldoss (rugby), Luigi Gresta (basket) e Andrea Sozzi (Judo), i quali raccontando una serie di aneddoti impressionante hanno cercato di indirizzare i ragazzi verso una cultura sportiva che esuli dal sensazionalismo.
IL RUGBY DI DALDOSS – «Chi è abituato a gestire un gruppo è abituato all'attenzione, e non transige in caso questa non venga rispettata», ha spiegato l'allenatore di rugby, nonché sindaco di Casalbuttano, Donato Daldoss.
«Noi allenatori – ha continuato –, insegniamo ai giocatori che devono andare oltre lo stress, dominarlo. Se in uno spogliatoio prendi il capitano per le orecchie anche l'ultima delle riserve recepirà il messaggio, anche questo è allenamento. E allenamento è superare la fatica, superare le botte, per essere pronti a cavalcare lo stress, perché diventi una carica positiva e non sfoci in episodi d'aggressività antisportiva. Allenarsi con intelligenza è un modo per imparare a gestire quella carica consapevolmente».
IL BASKET DI GRESTA – «Bisogna essere bravi a inculcare una situazione culturale che faccia pensare che chi hai accanto è un tesoro e il tuo bene dipende da lui», ha detto Gigio Gresta, allenatore da quando ha 16 anni, che ricorda con particolare piacere un'esperienza alla Louisiana State University e la sua ultima alla guida della Vanoli Cremona, che considera molto simili: «In queste due circostanze si sono venute a creare situazioni per cui coach e giocatori erano una cosa unica. Ogni tipo di violenza, in un organismo come questo è assolutamente intollerabile, perché verrebbe a rompere un equilibrio che è qualcosa di una bellezza rara. Il risultato di una determinata cultura sportiva fatta di rispetto e umiltà ha portato a due eccellenze. Sarà stato un caso?».
IL JUDO DI SOZZI – «Che cos'è la violenza?», si è interrogato infine Andrea Sozzi, maestro di judo, figlio d'arte di Giorgio.
«È una prepotenza, un esercizio di una posizione di superiorità nei confronti di qualcuno di più debole, che sia verbale, fisica o psicologica. Nel judo la violenza è relativa. Chi cade sa come cadere, chi attacca sa come proiettare con cognizione: esistono consapevolezza e controllo. La violenza che si vede è solo percepita, quella reale è quasi nulla. Non è lo sport ad essere violento, non c'è violenza sul tatami, ma è mutuata dal mondo nel quale viviamo. Noi maestri dobbiamo insegnare ai ragazzi che fare il massimo in una gara è già averla vinta, che il primato è importante ma non fondamentale, che il modo in cui esprimiamo la nostra disciplina sportiva può essere un mezzo per influenzare la società».