L’Aquila era antisismica Minata dai «ripristini»

28 DIC 11
Ultimo aggiornamento: 21:42 | 18 GIU 26
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Si infilano a piccoli gruppi tra i tubi in­nocenti, vincendo il senso di vertigine, per andare incontro a San Bernardino. Nessun aquilano ha mai visto il Santo sene­se così da vicino, da quando un allievo di Lu­ca Giordano l’ha dipinto quassù, mentre la bottega di Ferdinando Mosca da Pescoco­stanzo finiva di decorare il soffitto dorato con i ceci, un effetto speciale del ’700, come spie­ga la guida. La basilica che fino al terremoto custodiva le spoglie mortali di Bernardino da Siena è il primo cantiere avviato nel centro storico ed è per questo che la Sovrintendenza ha deciso di aprirlo alle visi­te. Su appuntamento, chiunque può salire sul­le impalcature e assiste­re ai restauri. La scelta non è casuale: siamo nel cuore della de­vozione aquilana, da queste navate s’incam­mina la processione del Venerdì Santo e il cam­panile sbrecciato è stata una delle immagini strazianti che il 6 aprile 2009 hanno fatto il gi­ro del mondo. «Non so se basteranno quat­tro miliardi di euro per restituire all’Aquila­no i monumenti danneggiati dal sisma ma so che dovremo trovarli perché non abbiamo al­ternative », ci spiega il vicecommissario dele­gato ai beni culturali, Luciano Marchetti, un veterano dei terremoti. Segue personalmen­te numerosi progetti di restauro, a partire da quelli finanziati con le adozioni internazio­nali e dalle 'chiese di Natale' (116 già resti­tuite al culto, 43 pronte nei prossimi mesi). Il terremoto ha ferito la quasi totalità dei mo­numenti della città, che rappresentano la ba­se produttiva della sua industria culturale e turistica, ma anche un fattore identitario. Non a caso, le visite a San Bernardino hanno tan­to appeal. Non a caso, qui si parla ancora con pudore del futuro di santa Maria di Pagani­ca, una delle chiese nate con la città e della quale restano solo i muri perimetrali. Non a caso i lavori al Teatro comunale o a palazzo Ardinghelli sono annunciati con grande pom­pa dai politici. Non a caso, infine, il ministe­ro dei Beni culturali ha già aperto una qua­rantina di cantieri in città e fa di tutto per pro­teggere e valorizzare l’immenso patrimonio artistico che era custodito in chiese e palaz­zi dell’Aquila. L’ultima collezione, la Signori­ni- Corsi, viene trasferita in questi giorni a Sul­mona, ci annuncia Fabrizio Magani, diretto­re dei beni culturali e paesag­gistici dell’Abruzzo, prima re­gione ad aver completato la verifica della vulnerabilità si­smica degli edifici di interesse storico artistico. Questa corsa contro il tempo è assoluta­mente motivata: basta parla­re con uno dei restauratori che incontri sui ponteggi di San Bernardino per rendersi con­to dello scempio che umidità e ghiaccio producono nelle strutture lesionate. Tuttavia, è proprio dalle profondità dei muri agonizzanti dell’Aquila medievale e rinasci­mentale che giunge, malgrado tutto, una buo­na notizia. Un convegno organizzato dal Mi­bac insieme al Comune dell’Aquila, alla C­ciaa e a diverse Università, ha svelato che chiese e palazzi antichi hanno retto egregia­mente al 5.9 richter che ha ucciso 308 perso­ne e ne ha ferite 1600, perché l’edilizia stori­ca aquilana, diversamente dalle costruzioni moderne, sarebbe stata realizzata con crite­ri antisismici. Gli studiosi non si sono spinti a dichiarare che, diversamente, il tributo di sangue sarebbe stato ben più pesante, ma hanno confermato che i danni non sono im­putabili alle murature storiche – realizzate, come scriveva Nicola Cavalieri San Bertolo nell’Ottocento, come «un ammasso artefat­to di pietre disposte in guisa tale che quelle forze, per cui tenderebbe ciascuna di esse a spostarsi, s’impediscano e si elidano nel vi­cendevole conflitto» – quanto alle trasfor­mazioni che quelle hanno subito nel corso del tempo, a partire dal 'generoso' inseri­mento di elementi di cemento armato delle ristrutturazioni anni ’50 e ’60. «Abbiamo effettuato numerosi test sulle strut­ture aquilane – ci dice Sergio Lagomarsino, or­dinario di tecnica delle costruzioni all’Uni­versità di Genova – e i cedimenti sono da ri­condurre alle modifiche apportate, non alle murature antiche dell’Aquila che hanno re­sistito alle sollecitazioni meglio di strutture più moderne. Del resto, dove, come in A­bruzzo, sono frequenti i terremoti se ne con­serva l’esperienza nella tecnica delle costru­zioni, che per almeno due generazioni utiliz­za i sistemi di prevenzione necessari, come l’inserimento di catene e di legno nelle mu­rature. Non a caso resta poco di Santa Maria di Paganica, che fu riparata dopo il sisma del 1703, mentre S.Agostino, che fu ricostruita ex novo, ha retto».
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DAL GOVERNO 30 MILIONI, NE SERVONO 130
Spettrale e caotica. L’Aquila si presen­tava così nei giorni di Natale. Il cen­tro storico aspetta una ricostruzione che non parte. Tutt’intorno, la città delle Case e dei Map, dei nuovi quartieri satel­liti, affoga nel traffico: il sisma ha tolto le case agli aquilani ma ha moltiplicato le lo­ro automobili. La rassegnazione della gen­te è palpabile: la perenne schermaglia tra il governatore del centrodestra (e com­missario alla ricostruzione) Gianni Chio­di e il sindaco di centrosinistra Massimo Cialente non si arresta neanche di fronte alla consapevolezza che, passato Berlu­sconi, l’Aquila non è più una priorità per la politica nazionale. «Per il 2011 – ha det­to il primo cittadino – per il cratere sono stati stanziati 350 milioni di euro, 280 nel 2010, mentre per il 2012 sono previste ri­sorse per soli 30 milioni di euro». Certi nu­meri parlano. Ieri, Cialente e Chiodi hanno incontrato il premier rivendicando quel che manca, 130-160 milioni di euro secondo i punti di vista. Per Monti devono bastarne trenta e il vertice si è concluso con un rinvio. «Ab­biamo ottenuto – ha dichiarato Cialente uscendo da Palazzo Chigi – la proroga di tutti i contratti di lavoro e la copertura delle spese dell’emergenza per tre mesi. Nel frattempo è stato stabilito, su mia proposta, di istituire un tavolo di lavoro a Roma per quantificare le spese dell’e­mergenza e della ricostruzione e per pro­grammare le risorse economiche da stanziare per il 2012». Nel cratere, finora, sono partiti solo i la­vori sugli alloggi meno danneggiati. Cia­lente ci spiega che «con 530 milioni l’A­quila ha ripristinato 20.000 abitazioni e 40.000 cittadini sono rientrati in casa». Ve­ro, ma mancano all’appello ancora le abi­tazioni inagibili (8.500) e tutto il centro sto­rico (più di 10.000 alloggi). Il fabbisogno – monumenti esclusi – è di 4,8 miliardi. Nel­­l’Italia delle manovre di salvezza, l’Aquila è una grande voce di spesa. Secondo il sin­daco i soldi ci sarebbero, ma si tira in lun­go per non spenderli: «Sono stati stanzia­ti tre miliardi di fondi Fas e 1,5 disponi­bili alla cassa depositi e prestiti» finora «artatamente bloccati»; sottinteso, da Chiodi e dalla Struttura tecnica di mis­sione, il braccio operativo del commis­sario, guidata da Gaetano Fontana che una volta era un grande amico del sin­daco e del Pd aquilano, ma che poi ha cercato di imporre ai comuni terremo­tati un’unica pianificazione della rico­struzione. E l’amicizia si è rotta. Nei prossimi giorni, il sindaco renderà pubblico un piano di ricostruzione che prospetta «una città ad alta qualità della vi­ta, turistica, che attrae industria high tech e iniziative di alta formazione», ma so­prattutto «che riporta subito nel centro storico tutti gli uffici pubblici». Vuole «ri­vitalizzare in fretta il centro» e sta cercan­do di snellire le procedure per l’erogazio­ne dei contributi alle imprese di costru­zione, ma soprattutto insiste perché si au­torizzino i progetti di ricostruzione confor­mi al vigente Prg, saltando a piè pari Chio­di, la Stm e i loro piani di ricostruzione... Al di là dello scontro politico, c’è il rischio concreto di un deficit di cassa: senza una scala delle priorità i lavori alle novemila 'case E' (totalmente inagibili) che si tro­vano fuori dalle mura dell’Aquila e a tutte le altre ubicate nei 63 Comuni terremota­ti rischiano di assorbire tutti i fondi di­sponibili per tre anni. Sarebbe il colpo di grazia per il centro storico, sulla cui sorte grava l’incognita dell’elevato numero di seconde case, per le quali al momento non è previsto alcun contributo. Per sbloccare l’empasse, ieri Cialente ha inviato a Palazzo Chigi la bozza di una nuo­va ordinanza. Prevede di concedere il con­tributo a tutti gli immobili danneggiati «a qualunque uso adibiti», cioè comprese le seconde case, individua parametri di co­sto più oggettivi (i pochissimi cantieri par­titi in questi due anni sono già sotto in­chiesta; ndr) ma anche procedure più snel­le per l’autorizzazione dei progetti; inoltre, crea canali di finanziamento 'paralleli' che devono garantire risorse congrue e im­mediate ai centri storici; infine, pur non ri­vedendo l’elenco dei centri terremotati che fu al centro di molte polemiche, im­pone di tenere conto, nell’assegnare i fi­nanziamenti, del livello di danno effetti­vamente rilevato in ciascun Comune e del­la popolazione che vi risiede.