Merli-Sbruzzi, quella coppia d'argento

6 FEB 16
Ultimo aggiornamento: 17:59 | 16 MAG 25
Immagine di Merli-Sbruzzi, quella coppia d'argento
Fu un’estate torrida quella del 1975, con Oreste Perri chiamato a confermare nelle acque infide del bacino lacustre di Ada Ciganlijia, lungo la Sava, alla periferia di Belgrado, quel titolo mondiale che l’anno prima l’afosa laguna di Xochimilco gli aveva regalato sull’altipiano del Messico, non certamente su di un piatto d’argento.
La stampa sportiva italiana, che aveva da poco scoperto, e per la prima volta in campo internazionale, lo sport della pagaia, andava cercando gli aggettivi più roboanti con cui etichettare il poderoso atleta della Bissolati. Mentre Oreste superava se stesso raddoppiando addirittura il bottino messicano con quelle fantastiche gare sulla distanza dei 1000 e dei 10.000 metri che mettevano finalmente in ginocchio l’eterna supremazia degli squadroni dell’Est europeo, una coppia di ragazzi anch’essi cresciuti all’ombra del Torrazzo e di quella imponente e non meno ingombrante dello stesso Oreste, erano protagonisti di un’altra impresa eccezionale, non meno eclatante che purtroppo passava inosservata nell’euforia generale dei successi imperiosi del Campione del Mondo.
Diciannovenni e sbucati appena e in punta di piedi nell’arengo della canoa mondiale, Danio Merli e Giorgio Sbruzzi, andarono spavaldamente alla conquista di una medaglia d’argento sui 10.000 metri che ampliava un bottino al quale la squadra italiana si sarebbe di nuovo avvicinata solo una ventina d’anni più tardi e, ancora, con pieno merito proprio di Perri e Merli che di quella squadra, quella dei vari Rossi, Scarpa, Bonomi, Negri, Lussignoli, furono la guida e la componente tecnica principale.
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