Borra, il martello della Val Padana

Arrivò alla boxe sulle orme di Marino Faverzani che aveva notato quel ragazzetto tosto e tarchiato abbattere alberi in un bosco nei pressi di casa, a San Giuliano. Gli aveva proposto di provare a scambiare quattro cazzotti in una palestra. Così Rino Borra, che sarebbe diventato per tecnici ed appassionati il martello della Val Padana capitò una sera nella palestra dell’Abc che, in quegli anni Cinquanta, era stata ricavata nell’antica chiesa di San Benedetto. Gli inizi non furono facili. Possedeva una forza spropositata, ma indirizzare quella potente muscolatura di cui madre natura l’aveva dotato, rafforzata negli anni dall’uso dal manovrare una decina d’ore al giorno un’ascia, alla ginnastica e quindi al pugilato che richiede scioltezza e agilità nei movimenti, non poteva essere facile. I progressi furono comunque costanti e Paolo Colombo, grazie alla sua indomita pazienza e anche alla tenacia dell’atleta, si trovò fra le mani un uomo su cui poter lavorare con la certezza di un solido futuro. Rino Borra era una quercia, la scorza più dura di tutte quelle che da ragazzo aveva abbattuto nei boschi sulle rive del Po; pure il coraggio non gli mancava. Non si poteva pretendere che boxasse in punta di fioretto, come facevano tutti i pugili usciti dalla scuola di Colombo: basso e massiccio, era piuttosto adatto al combattimento a corta distanza. Fra alti e bassi giunse comunque alla conquista del titolo lombardo dei dilettanti (si era nel 1956) in una finale al calor bianco vinta di un’incollatura su Amedeo Guarneri, un ex dell’Abc passato da qualche stagione al Gruppo Sportivo Leoni che aveva la sua palestra al Circolo Signorini (Gino Bonetti l’insegnante)...
LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO SUL NUMERO DI MONDO PADANO IN EDICOLA FINO AL 21 GENNAIO OPPURE ABBONANDOTI ALL'EDIZIONE DIGITALE
