Controfigura e angelo custode “L’altra” Marylin oltre lo specchio

Una pelle per due, pallida come la luna. Il biancore diffuso lungo corpi in filigrana trasparente. Evelyn Moriarty e Marilyn Monroe, la controfigura e la sua diva. L’ombra che rischiara il buio, la stella orfana della luce. Vite parallele. Diverse al punto tale da confondersi, l’una nell’altra. Evelyn diventa Marilyn la prima volta sul finire degli anni Cinquanta. Si gira “A qualcuno piace caldo”. Ciak dopo ciak la ragazza del Massachusetts entra in scena quando la star riposa. E così facendo lascia scivolare a fior di pelle la sua identità, assumendo su di sé quella dell’altra. Nel tentativo di alleggerirne le smagliature, di scioglierne i crampi interiori.
Nell’istante in cui Erich Hartmann punta l’obiettivo della sua Rolliflex bi-ottica, Moriarty getta il proprio sguardo oltre lo specchio. Indaga se stessa. “Io mi costruisco di continuo”, recitano con Pirandello i suoi occhi mentre sulle labbra germoglia il sorriso. L’alter-ego di Marilyn, il suo angelo protettore dall’aspetto volutamente distaccato, ha i lineamenti gentili ma decisi. Misteriosi. In bilico tra finzione e realtà. Nata a Chicopee, in un imprecisato giorno di Novembre del 1926, è l’araba fenice che rinasce continuamente dalle sue molte esistenze: ragazza del bar in “La vita è una cosa meravigliosa”, ballerina da night, corpo di riserva di Barbara Eden. Anima e confidente di Marilyn. Un legame indissolubile il loro, dove i ruoli si invertono: nella realtà Moriarty recita da protagonista, si fa ancora una volta in due, cerca di ghermire Monroe strappandola a un epilogo amaro. Delicata comparsa sul palcoscenico della vita. La conforta, la esorta, la difende. La rianima nei momenti in cui il suo mondo si tinge di nero. Non la abbandona neppure dopo la morte. E aspetta impaziente l’attimo del ricongiungimento, che arriva nel 2008 quando il suo cuore cessa di battere anche per Marilyn. Riposano accanto da allora, nel Westwood Park. Inseparabili. Da qui, all’eternità.
Nell’istante in cui Erich Hartmann punta l’obiettivo della sua Rolliflex bi-ottica, Moriarty getta il proprio sguardo oltre lo specchio. Indaga se stessa. “Io mi costruisco di continuo”, recitano con Pirandello i suoi occhi mentre sulle labbra germoglia il sorriso. L’alter-ego di Marilyn, il suo angelo protettore dall’aspetto volutamente distaccato, ha i lineamenti gentili ma decisi. Misteriosi. In bilico tra finzione e realtà. Nata a Chicopee, in un imprecisato giorno di Novembre del 1926, è l’araba fenice che rinasce continuamente dalle sue molte esistenze: ragazza del bar in “La vita è una cosa meravigliosa”, ballerina da night, corpo di riserva di Barbara Eden. Anima e confidente di Marilyn. Un legame indissolubile il loro, dove i ruoli si invertono: nella realtà Moriarty recita da protagonista, si fa ancora una volta in due, cerca di ghermire Monroe strappandola a un epilogo amaro. Delicata comparsa sul palcoscenico della vita. La conforta, la esorta, la difende. La rianima nei momenti in cui il suo mondo si tinge di nero. Non la abbandona neppure dopo la morte. E aspetta impaziente l’attimo del ricongiungimento, che arriva nel 2008 quando il suo cuore cessa di battere anche per Marilyn. Riposano accanto da allora, nel Westwood Park. Inseparabili. Da qui, all’eternità.
DA MONDO PADANO DEL 7 APRILE 2017