
Dalla finestra vedo passare i treni. Quando sono a casa il loro sferragliare scandisce le mie giornate. Da venerdì continuano a passare, ma non si fermano più qui. La stazione, normalmente molto affollata, ha azzerato il suo frenetico viavai. Da venerdì è deserta. Non è stato un venerdì qualunque, venerdì 21 febbraio. E il paese in cui risiedo non è un posto qualunque, è Codogno. Quel giorno proprio a Codogno si registra il primo caso di contagio in Italia da “Coronavirus”: una bomba esplosa nel cuore sonnecchioso della bassa padana, una bomba che suscita da subito incredulità, disorientamento, poi via via, sconforto, malessere, inquietudine, paura. Oggi, a distanza di una settimana, ancora tanti dubbi, domande, disagi. Una vita sospesa tra il tran tran della vita di prima (che ormai sembra così lontana) e l’incertezza del domani. Tempi e modi per uscirne sono, al momento, imperscrutabili. Nel giro di pochi giorni si è passati dalla pandemia, derubricata in epidemia, addirittura a “poco più di un’influenza” - l’aveva detto la virologa Gismondi del “Sacco”, l’ha ripetuto il presidente Fontana, ora in “autoisolamento volontario” -; i titoli dei media che prima comunicavano solo il numero sempre crescente di contagi e di morti, ora segnalano anche guarigioni, Milano vuole tornare a “vivere”...
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